
Baroquismes
Il poetare non è che perseguire la follia, propria di ciascun individuo, di volersi esprimere ripercorrendo sentieri già tracciati, sempre illuso di poter trovare nei trascorsi quella comprensione che è impossibile tra i contemporanei. È il disperato tentativo di comporre un’identità a partire dalle rovine che s’incontrano nelle scritture: l’essenza della poesia è una barocca efflorescenza di parole, aliena a ogni glaciale e compendiosa secchezza. Una mescita panica di emulsioni carnali e spirituali, irriducibile all’esibizione di un certo stile; custode, più che rivoluzionario, il poeta conserva e riutilizza, tradendoli, i cocci e i trucioli che il destino gli ha consegnato. La grandezza di una lingua sta nella capacità di sopportare ciò che i Latini definivano aestuare: verbo con cui si indicava il dilagare della marea, l’effervere del gas, il ribollire della lava, il divampare della fiamma. Il cimento della parola è, insieme, quello che risuona nell’ambiguità del verbo greco φϑείρειν, che è un sedurre e distruggere insieme.